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Un giorno a L'Aquila - Tibi

Autore: Tiberio Boido alias Tibi

 

Angoscia.
Abbiamo camminato un'ora in una citta' fantasma... morta. Un silenzio
irreale. Rumori in lontananza di escavatori, camion, muletti... non un suono
di voce. Non una musica, non una radio, non una tv, nessuna parola, nessun
discorso nessun vociare di bambini.
L'uomo in quella citta' non c'e' piu'.
Cammini tra macerie accatastate, portoni aperti, negozi aperti, chiese
aperte... e nessuna persona.
Cammini tra visioni di stanze sventrate, coi mobili, con le librerie, coi
lampadari appesi. Tutti i fiori e le piante ai balconi e alle finestre ormai
sono morti. Trovi in un angolo una scarpa... e ti domandi di chi sara'
stata, se la proprietaria e' viva o morta.
Vedi una finestra al piano terra che ha vomitato le solette e i pavimenti
dei due piani sovrastanti, e in mezzo alle macerie ci sono vestiti,
brandelli di un armadio, brandelli di una vita.
Ogni venti metri il Vigile del Fuoco mi raccontava il tipo di intervento che
hanno fatto. Storie di salvataggi, di scavi con le mani, di sconfitte, di
bambini e bambole.
Tutte fucilate al cuore, ogni parola era come uno schiaffo in faccia.
Mi sembrava, con la mia telecamera, di essere inopportuno, guardone,
sbagliato. Mi sembrava di essere un ladro di ricordi, di emozioni che non
sono mie, sono della gente che qui' ha costruito la propria vita, la
famiglia, gli amici, le risate, gli amori. Io che cazzo c'entro? Che diritto
ho di riprendere tutto, di cercare le rovine piu' evidenti, i crolli, i
libri mescolati tra i calcinacci. Che diritto ho di fotografare uno zaino a
terra, le cui scritte sopra si stanno scolorendo col tempo.
Insomma, sono stato veramente male.
Poi ho cominciato lentamente a realizzare, nel senso di capire una altra
componente, se possibile, ancora piu' drammatica.
Ho visto i negozi vuoti, svuotati dalle merci sane, mentre quelle rovinate
sono state abbandonate. Ho visto i laboratori degli artigiani con i
macchinari schiacciati e abbandonati. I pc degli uffici, distrutti come
tutti gli arredi, le scrivanie, gli scaffali.
Un forno per il pane abbandonato.... una stamperia con macchinari
impossibili da estrarre per il peso e per la pericolosita' di spostarli.
E ho chiesto. Ma che fanno ora tutte queste persone? Cosa fanno i
commercianti senza i negozi, gli operai senza i macchinari, gli artigiani
senza i loro laboratori. E banche chiuse e uffici e officine abbandonate.
Cazzo!.... sono tutte persone sopravissute che hanno come prima necessita'
una casa. E l'avranno. Ma che faranno nella vita? Che faranno per vivere?
Come potranno tornare a fare i propri lavori, i propri mestieri?
Alcun i negozi hanno i cartelli: abbiamo riaperto in Via Taldeitali... Ma
con che merce? quella salvata.. quella impolverata? quella che ancora meta'
e' in garage?
E dove sono i clienti? Quelli che ti conoscevano, quelli che abitavano
vicino.. quelli che passavano anche solo per salutarti ed ora abitano di
fortuna magari a Pescara, a Chieti. E comunque... che cosa ti comprerebbero?
Con che soldi? Chi si comprerebbe una qualsiasi merce che non sia piu' che
di prima necessita'...?
E dove e' il tuo bar? dove e' il tuo panettiere il tuo lattaio il tuo
meccanico? Le persone che conoscevi, magari da anni.
Insomma... ho improvvisamente preso coscienza di una citta', di una
comunita' che non sara' mai piu quella che era. Che anche se ha una nuova
casa, non ha e non avra' mai piu' la stessa vita.
Tutto cio' non ha un finale, il senso di tristezza e di impotenza che mi ha
preso e' infinito.
Non ho altro da dire, da raccontare. Mi dispiace. Mi spiace molto perche' la
sofferenza e' dolore, ed io stupidamente nonostante la tarda eta' mi lascio
"prendere" e coinvolgere.
Non so cosa posso fare, cosa posso farci.
Ed e' questa l'angoscia.